Gv 15,1-17.

Maggioni (G15)

 

            1-6 La vite e i tralci.

            Per il sincretismo ellenistico la vite è una variante dell' albero della vita.

            Testi del VT: Gn 49,10-12; Osea 10,1-3; Is 5,1-7; Ger 2,21; 19,10-14; Sal 80.

            Testi del NT: Mt 21,33-46; Mc 12,1-12; Lc 20,9-19.

           

            Il ramo fruttifero viene potato, il ramo sterile bruciato.

            Ma il criterio ultimo del giudizio è il rimanere in Cristo, cioè la piu assoluta dipendenza.

            Senza di me non potete far nulla riprende un motivo caratteristico di Gv e, più in generale dell' antropologia biblica: la struttura dell' uomo è essenzialmente aperta a Dio, e perciò l' uomo deve comprendere che la propria consistenza  si trova nell' obbedienza, non nell' autonomia. Il prologo ci ha detto che questa è la legge profonda della realtà, pena lo smarrimento totale (1,3b); ora ci viene detto che questa è la legge fondamentale della chiesa. Ma essa è anche la struttura del Figlio che nel seno della Trinità è costantemente rivolto al Padre(1,1) e che, una volta divenuto uomo, si mostra del tutto obbediente alla volontà di colui che lo ha mandato.

            E' una dipendenza da vivere anzitutto nella fede ( nel senso cioè di appoggiarsi a Cristo e non a se stessi) e poi come osservanza dei comandamenti (nel senso di conformare la vita alle parole di Cristo e non ai propri progetti).

            Non è però la dipendenza del servo nei confronti del padrone ma piuttosto la comunione che corre tra amici Giovanni infatti non parla soltanto di rimanere, ma di rimanere vicendevolmente.

           

            Rimanete nel mio amore (vv.7-17).

            Due sono le domande essenziali: che significa rimanere nel Cristo? e quali sono i frutti che il Padre si attende?

            Il discorso di spiegazione è divisibile in due parti, e il suo centro è il v 11:

            " Questo vi ho detto affinchè la mia gioia sia in voi e la vostra gioia giunga alla pienezza".

            La prima parte (vv 7-10) insiste sul "rimanere in Cristo", la seconda (vv. 12-17) si apre e si chiude con "il comandamento dell' amore vicendevole".

            Le due parti non sono un prima e un poi ma due sviluppi paralleli del medesimo tema. Tanto è vero che i temi principali ritornano nelle due parti: così, ad esempio, il portare frutti, l' efficacia della preghiera, il comando dell' amore.

            La formula "rimanere in" è carica di significato religioso, e caratterizza le relazioni che corrono tra il Padre e il Figlio, e fra il Cristo e i discepoli.

            Il verbo rimanere (menein) è molto usato in Gv, qui interessa più direttamente la formula di reciprocità. In questo senso un parallelo suggestivo ci è dato nel discorso eucaristico: 6,56:

            "Chi si ciba della mia carne e beve il mio sangue rimane in me ed io in lui".

            Si può dire che l' allegoria della vite e il suo discorso di spiegazione siano appunto  il commento all' affermazione di 6,56.

            Anche nell' allegoria del pastore e delle pecore ricorre una formula di reciprocità :10,14b-15:

            "...,e conosco le mie pecore e le mie conoscono me come il Padre conosce me ed io conosco il Padre. Io do la mia vita per le pecore".

            Il verbo usato non è rimanere, ma conoscere.

            La formula di reciprocità è presente anche nel primo discorso di addio: 14,20 e 23:

            "In quel giorno voi riconoscerete che io sono nel Padre, voi in me ed io in voi"

            "Gli rispose Gesù: " Se qualcuno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e verremo a lui e faremo dimora presso di lui".

            Non vi ricorre però il verbo rimanere.

            Anche nel c. 14 il contesto è l' amore e l' osservanza dei comandamenti: possiamo parlare di un vero testo parallelo; i due passi vanno letti insieme.

            "Rimanere in" è l' espressione chiave dell' intera pericope: vv 4.5.6.7.9.10.

            Il discepoli è colui che "rimane in lui".

            Ma che significa concretamente?

            Gv ce lo dichiara quando dice (v. 9b):" Rimanete nel mio amore".

            Dunque la vita cristiana ha un solo problema: quando su iniziativa divina è avvenuto l' inserimento in Cristo, non resta che dimorare nel suo amore,che è quanto dire accogliere, imitare e prolungare la comunione ce unisce il Padre e il Figlio e che storicamente si è manifestata nell' amore del Cristo per i suoi discepoli (come io ho amato voi).

            E, come se ciò non bastasse, ecco che Giovanni usa altre due formule parallele, sempre allo scopo di attirare l' attenzione sulla concretezza del "rimanere":  " se osservate i miei comandamenti " (v. 10) e "  se le mie parole rimangono in voi " (v. 7).

            Nel v. 7 Gv introduce il tema dell' efficacia della preghiera - ripreso poi - quasi a conclusione nel v 16. E' un motivo che ricorre anche nel primo discorso d' addio (14,13).

            Le affermazioni dei vv. 7 e 16 sono chiare in se stesse: colui che rimane in comunione con Cristo riceve la promessa che le sue preghiere saranno esaudite. E' una promessa ampia: " Tutto ciò che volete", "qualunque cosa chiederete". Ma è una preghiera da fare "nel  nome di Gesù" (v.16), cioè una preghiera che mutua la propria fiducia non dall' uomo, ma dal Figlio e che non chiede altro che la conformità alla volontà del Padre.

            Qui probabilmente Gv ci parla dell' espereienza di una preghiera efficace che rende il discepolo vittorioso e capace di vivere quell' amore e di dare quei frutti di fronte ai quali prima si sentiva impotente.

            Nella seconda parte del discorso di spiegazione (vv. 12-17) Gesù riafferma per ben due volte, quasi riassumendo quanto detto in precedenza, il comandamento dell' amore fraterno. Essere uniti a Cristo come il tralcio alla vite significa essere inseriti nel suo amore, in quell' amore che trova la sua sorgente nella comunione del Padre e del Figlio (v.9).

            I frutti che glorificano il Padre (v.8), i comandamenti che il discepolo deve osservare (v. 10) per rimanere in Cristo (comandamenti che il Cristo stesso ha ricevuto dal Padre ed ha per primo osservati), sono l' amore fraterno.

            Il frutto che Dio vuole è l' amore e null' altro e l' amore fraterno manifesta l' amore trinitario (glorificazione).

            E si tratta di un amore scambievole. (v.12), concreto, fino al supremo dono di sé (v 13).

            Viene spontaneo il confronto con 13,34-35:

            " Un comandamento nuovo vi do: che vi amiate gli uni gli altri; come io ho amato voi, anche voi amatevi gli uni gli altri.

            Da questo riconosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri".

            Ritroviamo qui le stesse linee di pensiero:

            l' amore è cristologico (trova in Cristo la sua misura v 12b)

            ed ecclesiale (la reciprocità: vv 12 e 17).

            Ma ci sono due ulteriori precisazioni. Vi è un esplicito richiamo al dono completo della vita (cioè la croce), come massimo segno dell' amore. E, cosa più importante; la strada dell' amore viene tracciata fin dalla  sua prima sorgente, per cui ora siamo in grado - congiungendo i vv. 9 e 12b - di vederne tutte le tappe: l' amore del Padre per il Figlio, l' amore del Cristo per i discepoli, l' amore fraterno. L' indicativo, da cui scaturisce poi l' imperativo (rimanete in me, osservate i comandamenti, amatevi vicendevolmente) , è l' essere amati da Dio. L' amore del Padre che ci raggiunge in Cristo è ciò che ci costituisce, prima di essere un appello che esige una risposta. Perchè amato, l' uomo esiste, ed è amando che si afferma.

            Se intendessimo l' amore fraterno semplicemente come la condizione indispensabile per portare frutti, rimarremmo ancora all' esterno del pensiero di Gv. Si deve infatti comprendere che l' amore fraterno è già il frutto, perché la glorificazione del Padre e la salvezza della comunità si ritrovano appunto qui, nell' amore.

            Viene spontaneo un secondo confronto, e cioè con 12,24.32:

            " In verità, in verità vi dico: Se il grano di frumento, caduto per terra non muore, resta esso solo. Ma se muore porta molto frutto".

             " E quando io sarò innalzato da terra, attrarrò tutti a me".

            Nei due versetti troviamo il motivo dei frutti, del dono di sé, della glorificazione del Padre: motivi che formano pure l' ossatura della presente pericope.

            In primo luogo ci è detto che se Gesù ha portato frutto è unicamente perchè ha percorso la via della croce (v. 24), cioè la via dell' amore e del dono di sé. In secondo luogo, è detto che il frutto della croce è la "riunione degli uomini". " Se il chicco di frumento, caduto per terra non muore, resta solo....(v. 24)....quando sarò innalzato da terra attrarrò tutti a me" (v.32).

             In quesa riunione degli uomini attorno alla croce c' è un accento universale e missionario, che risentiamo anche in 15,16:...Vi ho costituito perchè andiate e portiate frutto...Il frutto che il Padre si attende è un amore che si dilata e che si fa universale. Non basta un amore "fra noi": l' amore dei discepoli deve farsi segno di universalità, q questo esige una partenza (perchè andiate).

           

            Lv 26,3-4.

            Is 7,12-14; 28,3-6.